Che ne pensate di quelli che per tutto l’anno si lamentano dell’invasione degli immigrati e poi trascorrono le ferie in posti come il Nord Africa? Incoerenti e ipocriti. Puntualizzo, non ce l’ho con questi Paesi, che penso siano molto affascinanti ed ospitali (anche se purtroppo non abbastanza da trattenerne gli originari), e neppure ho nulla con i turisti che lasciano il caro Belpaese per trascorrere le vacanze dove i prezzi sono ancora ragionevoli e il mare quasi incontaminato. Ma trovo di cattivo gusto che una certa categoria di persone manifesti per tutto l’anno il proprio disappunto nei confronti degli immigrati e come per magia alle ferie diventi tollerante e cosmopolita, scegliendo di trascorrere le vacanze proprio nei luoghi dove c’è la più alta concentrazione. In realtà, la tolleranza non c’entra proprio niente, perchè scegliere mete come l’Egitto o la Tunisia è diventata un’esigenza per non farsi spennare altrove. E, quindi amici leghisti e non, smettete di gonfiarvi la bocca tutto l’anno di lamentele e poi far vedere agli altri quanto siete chic ad andare sul Mar Rosso (o simili) per le vacanze. Il piede in due scarpe è penoso, o ci andate a testa bassa, o la smettete di sentirvi “superiori” tutto l’anno. La coerenza paga.. anche in politica (a volte)!!
Pensare prima a se stesse e poi agli altri. Non proprio quello che ci insegnano a catechismo, ma è la prima regola che Suze Orman, una tra le più quotate esperte di finanza d’America, scrive nel suo libro”Women and Money”, dedicato alle donne sul tema di sicurezza economica. Presupposto è che la donna antepone le esigenze della famiglia alle proprie, tanto da tralasciare carriera e lavoro, rinunciare ad accumulare reddito e dire addio alla propria sicurezza e indipendenza economica. Tutto nella norma, fino a che i figli non vanno fuori casa e si ritrova divorziata o vedova senza risparmi ne casa. Il problema si risolve con un cambio di mentalità e la Orman da alcune indicazioni, valide non solo per le donne:
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se marito e moglie lavorano entrambi dovrebbero destinare il 30% dei rispettivi stipendi a un conto comune, come “deposito emergenza”. Scelta saggia per accumulare un piccolo patrimonio familiare nel tempo e non lasciarsi cogliere impreparati dagli imprevisti;
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se solo il marito lavora, lo stipendio, al netto delle spese per la famiglia, dovrebbe essere diviso a metà. Si, perchè di fatto entrambi guadagnano lo stipedio: se la moglie non accusse figli e casa, facesse la spesa, lavasse e stirasse 365 giorni all’anno senza feste, ponti e ferie il marito non potrebbe dedicarsi alla carrera. E in questo modo, chi non lavora può comunque accumulare reddito. E qui voglio vedere quanti mariti sono d’accordo..
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vivere un po’ sotto le proprie possibilità. Ecco il segreto della sicurezza economica. Quindi da evitare come la peste gli acquisti a rate per cose se inutili e destinate ad essere sorpassate dalla moda dell’anno dopo. E, aggiungo, al bando la spacconeria che serve a illudere gli altri di quanti zeri ha il nostro conto un banca;
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mai buttarsi alla cieca nelle mani dei broker, mettendo i risparmi di una vita in fondi dei quali non sappiamo tecnicamente niente. Da ricordare: per il broker la commissione conta più del guadagno del cliente.
Questi consigli sono preziosi come l’oro che cola, ma il dilemma è: siamo veramente disposti a conquistare la nostra sicurezza economica con la rinuncia, il compromesso e la rinuncia all’illusione di guadagnare svalungate di euro senza muovere un dito e solo perchè lo dice un tipo che sostiene di saperne più di noi?
Ricordate quel post su chi era il volto della svolta epocale nella politica mondiale? Tra la donna modello Thatcher e il politico con gli occhi che ridono gli americani hanno scelto lui come promotore delle speranze di tutti quelli che vogliono cambiare, che vogliono rompere con le vecchie regole e vecchi equilibri che hanno governato il mondo fino ad oggi, ma che ormai rappresentano il vincolo principale del progresso . Yes, we can sta un po’ per rompere, cambiare e guardare avanti:
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rompere con i soliti quattro cretini che sventolano al mondo i loro lussi e i loro eccessi e dettano ogni giorno le regole del gioco, chi farà cosa e quanto prenderà;
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rompere con quelli che osannano il liberismo e le pari opportunità per tutti,celando dietro le parole un sistema di caste non così diverso da quello dei Paesi d’Oriente;
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rompere con quelli che dicono che dobbiamo salvare il Pianeta e intanto fanno crescere gli utili dei petrolieri;
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rompere con quelli che si riempiono la bocca di frasi facili sulle guerre civili e sui diritti delle donne e poi scambiano il Darfur con un tipo di stoffa;
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rompere con i terroristi del caro-vita, della crisi dei mutui, del “non si arriva più alla terza settimana”, ma che ci guadagnano a tenere le cose così come stanno;
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rompere con quelli che professano la democrazia con la guerra..
Ma basta con i rompere, “yes, we can” è un messaggio di speranza e di volontà di poter cambiare e di rendere il mondo un po’ più possibilista di come si presenta adesso. E se sarà con il politico dagli occhi che ridono o con qualcun altro, l’importante è rompere e cambiare presto.
Organizzata sotto le Feste di Natale, quasi mi ero scordata che durante i ponti primaverili avrei trascorso una bellissima vacanza nell’affascinante Dublino. La capitale irlandese non mi ha colpito per qualche palazzo o monumento in particolare (anche se la fabbrica della Guinness bisogna dire è unica nel suo genere), bensì per l’atmosfera, la cultura e la gente che vive la città. Fin dai primi momenti in cui si mette piede in terra irlandese balza agli occhi il colore verde che primeggia nei prati, nelle vie, nei negozi e soprattutto nella gente che a stragrande maggioranza indossa qualcosa di verde, che nella tradizione è il colore simbolo dei cattolici durante i conflitti religiosi ed oggi il colore del trifoglio, dell’indipendenza e dell’orgoglio irlandese. E per tutto il viaggio mi ha affascinata la fierezza degli irlandesi per la loro identità e tradizione, che si manifesta nei colori delle porte delle case, nella passione per il rugby, nelle musiche folkloristiche dei pub di Temple bar, nella birra nazionale (Guinness e Murphy), nelle statue degli autori nazionali e in tutti i simboli dell’Irlanda. Ed è affascinante vedere come un popolo che ha vissuto gli ultimi 10 anni connotati da profondi cambiamenti economici (la tigre celtica) e sociali, sia rimasto così legato alle sue tradizioni, sempre in bilico tra passato (povertà, emigrazione e lotte politiche) e futuro (crescita, benessere e nuove tecnologie).
Sussidi o detassazione degli straordinari?
Pubblicato Aprile 9, 2008 Politica e economia 15 CommentiIn campagna elettorale, si sa, i politici sparano a zero e quest’anno sul tema del lavoro il centrosinistra propone sussidi alle donne, mentre il centrodestra la detassazione del lavoro straordinario. A parte, che il centrosinistra dovrebbe dare sussidi un po’ a tutto il Paese, dopo aver governato per 2 anni come una sanguisuga attaccata alla giugulare di quei cittadini e di quelle aziende che danno anima, corpo e capitale per far crescere quel valore, che è il PIL, senza il quale nulla si muove. Ma il centrodestra non può pensare che, con la detassazione degli straordinari, si contribuisca alla crescita del Paese. E questo per ovvi motivi:
- perchè la detassazione aumenta solo la quantità del lavoro, non la qualità (e chiunque ha un’idea di che cosa vuol dire “lavorare” è d’accordo sul fatto che alla 10ma e 11esima si rende poco);
- perchè se far fare straordinari ai dipendenti costa meno che assumere, in breve tempo l’indice di disoccupazione aumenta;
- perchè la detassazione delle straordinarie non è un modo per aumentare il potere d’acquisto delle retribuzioni (è fisiologico che più si lavora, meno tempo si ha per spendere), bensì è un modo per traslare al lavoratore l’onere di una soluzione al problema dei salari. E’ un po’ come dire che se non ti basta lo stipendio, non devi pretendere una contrattazione collettiva più seria, ma devi lavorare di più. Di questo passo, arriverà il giorno che ci suggeriranno di trovare il secondo lavoro.
Ma il punto più importante, è che se la politica avanza proposte simili dimostra di essere distante anni luce da quelle realtà, più diffuse nel nostro Paese di quanto si pensi, dove l’azienda non sa neanche che cosa voglia dire pagare le straordinarie, ma che quotidianamente obbliga i propri dipendenti a prolungare l’orario anche di 2, 3 o 4 ore. E se 6 tra gli sfortunati, ma tieni al posto di lavoro o al momento non hai alternativa, sai che non puoi sottrarti. Qualche dipendente di studi professionali o di revisione so che mi capisce..
A questo proposito lancio il sondaggio: a voi pagano gli straordinari? La mia risposta la sapete.
Alle dogane dell’Est danno il dietrofront alla mozzarella di bufala per il pericolo diossina. E l’Unione Europea non risponde nulla. Nulla da stupirsi, la solita politica lassista e autoflagellante “made in Bruxelles”, che spalanca le dogane ad ogni genere di cianfrusaglia cinese, mentre pone il veto a qualsiasi bene prodotto in casa. Non gli importa se i bambini europei rischiano di intossicarsi con i giocattoli cinesi, ben vengano i 160 milioni di pelati cinesi sbarcati nel 2007 e pronti per essere diluiti e smerciati come nostrani e via anche al dentifricio anticongelante prodotto all’Est. Per non parlare del via libera ai tessuti importati che, secondo le analisi effettuate nel 2006 dall’Istituto Superiore di Sanità e dai Nas, risultano impregnati di formaldeide, una sostanza conservante, battericida ed altamente cancerogena, con livelli accertati 900 volte maggiori di quelli consentiti dall’Organizzazione mondiale della sanità. Insomma loro mandano indietro la bufala, mentre noi siamo pronti a intossicarci. Non sarebbe il caso di imparare un po’ da loro e iniziare ad applicare una politica di salvaguardia della nostra salute ed economia?
Auguro a tutti una Buona Pasqua e Pasquetta.
Una domanda: ma prima si apre l’uovo o la colomba?
E’ di poche ore fa una notizia che mi ha rattristato molto che riguarda lo sterminio, annunciato dal WWF, di migliaia di cuccioli di foca sulle coste del Mar Baltico. Il rapido scioglimento dei ghiacci, causato dal surriscaldamento climatico, priva i piccoli dei loro rifugi naturali, costringendoli ad entrare in acqua quando ancora non hanno sviluppato lo strato di grasso necessario a sopravvivere a quelle temperature. I cuccioli, quindi, sono destinati a morire di fame e di freddo ed è possibile che nessuno dei circa 1.500 che sono nati in questi ultimi giorni riesca a sopravvivere. Penso che di fronte a questa triste realtà dobbiamo sentirci tutti in colpa per la superficialità con cui affrontiamo il problema ambientale, sia nel nostro piccolo sia a livello di istituzioni. Ma oltre che triste, sono arrabbiata quando sento che la comunità internazionale permette a paesi come Svezia e Canada di dare il via al massacro di migliaia di esemplari cuccioli, apparentemente al fine di salvaguardare la pesca, ma principalmente, per vendere la pelliccia (che nei primi mesi di vita dei cuccioli di foca mantiene il pregiato colore bianco). Di fronte a queste stragi, Greenpeace e le altre organizzazioni sono le uniche a far sentire la loro voce e innalzare la protesta, ma secondo me anche noi nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Ad esempio, dovremmo rifiutarci di recarci in quei paesi dove è legale sporcarsi le mani con il sangue di queste creature e dove, indirettamente, andiamo a finanziarne il massacro. E’ un po’ come partecipare anche noi alla strage!
In un’intervista recente, un noto uomo politico ha dichiarato che, con la liberalizzazione delle professioni in Italia, è stato eliminato il sistema dei privilegi. Mi chiedo se sia realmente bastato fare una riforma che liberalizza paniettieri e taxisti (ma non notai) per togliere quella pestilenza che si diffonde in tutta la nostra società, rappresentata dal sistema di privilegi, conoscenze, favori e favoritismi e segnalazioni di persone importanti. Penso proprio di no. Oggi come ieri, nel nostro Paese chi vuole diventare un professionista, o aspirare ad un posto di lavoro, prima deve sperare che non ci sia qualche raccomandato di mezzo e poi di essere la persona giusta per quella posizione. Insomma, la battaglia con la concorrenza sul mercato del lavoro non si combatte sul piano della competenza e della motivazione, bensì su quello della segnalazione. In genere, fanno eccezione quei lavori che non vorrebbe fare nessuno (e con questi non intendo solo la raccolta di pomodori), ma quei lavori precari - o flessibili come va di moda oggi -, sottopagati e con alto livello di sfruttamento, per i quali ci sono pochi candidati e zero raccomandati. Certo che a descriverla così mi viene da dire “che schifo”, perciò mi chiedo se questa sia effettivamente la realtà da combattere (e come?) o se qualcuno mi può testimoniare esperienze più positive e incoraggianti.
Devo essere sincera, viste dall’esterno le elezioni americane mi incuriosiscono più di quelle che tra qualche mese avremo a casa nostra. Forse perchè si respira aria di cambiamento, quasi che comunque andrà saremo ad una svolta epocale, mentre a casa nostra al massimo cambierà qualche sedia (ma neanche troppe) e poi di nuovo scandali e figuracce con il mondo intero. Secondo i pronostici (soprattutto i miei) la battaglia è determinata dal futuro candidato democratico: una donna o un uomo di colore? Appartenendo al gentil sesso, è chiaro che sento che una donna al potere rappresenti un’opportunità, perchè noi donne siamo riflessive, intuitive e, insomma, anche davanti alle difficoltà guardiamo sempre avanti. Anche se ad essere sinceri, Hillary ci ricorda molto un modello thatcheriano di signora al potere, molto “politically correct“. Dalla stessa parte anche Obama che, non ci importa a quale religione esattamente appartenga, ma ci colpisce con quell’approccio vitale e vagamente autobiografico, con “gli occhi che ridono” e che ci costrigono al paragone con l’Italia, a chiederci quale dei nostri politici ha gli occhi che ridono. Forse l’immagine di questo nuovo politico è solo studiata nel minimo particolare, ma a me questo paragone porta a fare ad una riflessione un po’ macabra, ossia se rimaniamo tutti scandalizzati da una politica che non ci appartiene o se questa è lo specchio della nostra società e, quindi, riflette l’immagine di noi stessi? Davvero se ci guardiamo intorno non vediamo gente con gli occhi che ridono? E i nostri?